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Diritto Penale Europeo
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Ergastolo ostativo e rito abbreviato: riflessioni a seguito della declaratoria di incostituzionalità dell'art.7 D.L. 341/2000.

[ Laura ANCONA ]

Com'e' noto, la Corte Costituzionale, con sentenza nr. 210/2013, pronunciata il 03.07.2013 e depositata in data 18.07.2013, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 7 del decreto-legge 24 novembre 2000, n. 341, nella parte in cui prevedeva l’applicazione retroattiva in peius di norma sostanziale quale l’art. 442, comma 2°, c.p.p. - Ora, prima di esaminare i più recenti interventi della Suprema Corte in materia, volti ad orientare il Giudice dell’Esecuzione nel controllo della permanente legittimita'della pena in esecuzione (cfr. Cass. pen. SS.UU. n. 18821/2014 ), è doveroso ricordare che la norma oggetto di declaratoria di incostituzionalità si colloca al termine di un’attività “compulsiva” del legislatore, che ha visto in poco tempo il susseguirsi di ben tre differenti discipline.

La prima è quella sancita dall’art. 442, comma 2, cod. proc. pen., come risultava in seguito alla dichiarazione di illegittimità costituzionale contenuta nella sentenza di questa Corte n. 176 del 1991, che precludeva la possibilità del giudizio abbreviato (e dunque della relativa diminuzione di pena) per i procedimenti concernenti reati punibili con l’ergastolo. - La seconda, introdotta dalla legge n. 479 del 1999, il cui art. 30, comma 1, lettera b), aveva reso nuovamente possibile il giudizio abbreviato per i reati puniti con la pena dell’ergastolo, perché aveva aggiunto alla fine del comma 2 dell’art. 442 cod. proc. pen. il seguente periodo: «Alla pena dell’ergastolo è sostituita quella della reclusione di anni trenta». - La terza è, infine, la disciplina introdotta con il decreto-legge n. 341 del 2000, il cui art. 7, che, nel dichiarato intento di dare l’interpretazione autentica dell’art. 442, comma 2, cod. proc. pen., aveva stabilito che l’espressione «pena dell’ergastolo», ivi contenuta, dovesse «intendersi riferita all’ergastolo senza isolamento diurno», e alla fine del comma 2 aveva aggiunto un terzo periodo, così formulato: «Alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno, nei casi di concorso di reati e di reato continuato, è sostituita quella dell’ergastolo».

É proprio in relazione a quest’ultima disciplina, di cui all’art. 7 del decreto-legge n.341 del 2000, che si è posta la questione relativa alla retroattività della legge processuale più sfavorevole al reo.

Com’è noto, tale questione era già stata oggetto di pronuncia da parte della GrandeChambre della Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo (nel caso "SCOPPOLA contro ITALIA") del 17.09.2009, con cui, all'esito di una lunga ed approfondita motivazione, si e fissato il principio del divieto di applicazione retroattiva della legge penale più severa.

La sentenza della Corte EDU, ha affermato che l’art. 442, comma 2, cod. proc. pen. costituisce «una disposizione di diritto penale materiale riguardante la severità della pena da infliggere in caso di condanna secondo il rito abbreviato» e che l’art. 7, comma 1, del decreto-legge n. 341 del 2000, nonostante la formulazione, non è in realtà una norma interpretativa, perché l’art. 442, comma 2, cod. proc. pen. non presentava alcuna ambiguità particolare; esso indicava chiaramente che la pena dell’ergastolo era sostituita da quella della reclusione di anni trenta, e non faceva distinzioni tra la condanna all’ergastolo con o senza isolamento diurno. Inoltre, si legge nella sentenza Scoppola, «il Governo non ha prodotto esempi di conflitti giurisprudenziali ai quali l’art. 442 sopra citato avrebbe presumibilmente dato luogo».

La Corte di Strasburgo, con la richiamata pronuncia, ha pertanto ritenuto, mutando il proprio precedente e consolidato orientamento, che «l’art. 7, paragrafo 1, della Convenzione non sancisce solo il principio della irretroattività delle leggi penali più severe, ma anche, e implicitamente, il principio della retroattività della legge penale meno severa», che si traduce «nella norma secondo cui, se la legge penale in vigore al momento della commissione del reato e le leggi penali posteriori adottate prima della pronuncia di una sentenza definitiva sono diverse, il giudice deve applicare quella le cui disposizioni sono più favorevoli all’imputato».

Si tratta, nell’ambito dell’art. 7, paragrafo 1, della CEDU, di un principio analogo a quello contenuto nel quarto comma dell’art. 2 cod. pen., che dalla Corte di Strasburgo è stato elevato al rango di principio della Convenzione.

Posto questo principio, la Corte di Strasburgo concludeva affermando che «l’articolo 30 della legge n. 479 del 1999 si traduce in una disposizione penale posteriore che prevede una pena meno severa» e che «l’articolo 7 della Convenzione [...] imponeva dunque di farne beneficiare il ricorrente». Di conseguenza, secondo la Corte, «nella fattispecie vi è stata violazione dell’articolo 7, paragrafo 1, della Convenzione».

Orbene, premesso l’obbligo di conformazione della legislazione interna ai vincoli derivanti dagli obblighi internazionali (Corte. Cost. sentenze n. 1 del 2011; n. 196 del 2010; n. 311 del 2009), con la richiamata sentenza n. 210/2013, la Corte Costituzionale pone in rilievo l’ineccepibilità delle conclusioni della Corte EDUanche in base all’ordinamento interno:

"La natura sostanziale della disposizione dell’art. 442, comma 2, cod. proc.pen. era stata già chiaramente affermata dalle sezioni unite della Corte di cassazione con la sentenza 6 marzo 1992, n. 2977. Allora era venuta in questione una situazione opposta a quella attuale. La Corte costituzionale con la sentenza n. 176 del 1991 aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale, per eccesso di delega, del secondo periodo dell’art. 442 cod. procpen., uguale a quello attualmente vigente, e occorreva decidere come trattare le condanne già intervenute in applicazione della norma di cui era stata dichiarata l’illegittimità costituzionale. Le sezioni unite hanno ritenuto che non importasse «stabilire la natura della diminuzione o della sostituzione della pena», ma importasse «piuttosto rilevare che essa si risolve indiscutibilmente in un trattamento penale di favore», e hanno affermato che la pronuncia della Corte costituzionale «non può determinare effetti svantaggiosi per gli imputati di reati punibili con l’ergastolo che hanno richiesto il giudizio abbreviato prima della dichiarazione dell’illegittimità costituzionale dell’art. 442, comma 2, cod. procpenPer questi imputati deve rimanere fermo il trattamento penale di favore di cui hanno goduto in collegamento con il procedimento speciale», i cui atti di conseguenza non possono essere annullati”.

È vero che l’art. 7, comma 1, del decreto-legge n. 341 del 2000 costituisce solo formalmente una norma interpretativa: è questa una qualifica non corrispondente alla realtà, che gli è stata data per determinare un effetto retroattivo, altrimenti non consentito. Infatti, come la Corte Costituzionale ha già avuto modo di precisare in passato, la legge interpretativa ha lo scopo di chiarire “situazioni di oggettiva incertezza del dato normativo”, in ragione di “un dibattito giurisprudenziale irrisolto” (sentenza n. 311 del 2009), o di “ristabilire un’interpretazione più aderente alla originaria volontà del legislatore” (ancora sentenza n. 311 del 2009), a tutela della certezza del diritto e dell’eguaglianza dei cittadini (sentenze n. 103 del 2013 e n. 78 del 2012).

Nessuna di queste ragioni sorregge la norma impugnata, dato che, come ha osservato la sentenza Scoppola in relazione all’art. 442, comma 2, cod. proc. pen., l’oggetto della pretesa interpretazione legislativa era chiaro, non presentava ambiguità e non aveva dato luogo a contrasti sulla disciplina relativa alla pena dell’ergastolo, perché non si dubitava che essa riguardasse sia l’ergastolo “semplice” sia quello con isolamento diurno.

In sostanza, l’art. 7, comma 1, del decreto-legge n. 341 del 2000, con il suo effetto retroattivo, ha determinato la condanna all’ergastolo di imputati ai quali era applicabile il precedente testo dell’art. 442, comma 2, cod. proc. pen. e che in base a questo avrebbero dovuto essere condannati alla pena di trenta anni di reclusione.

Conclude, pertanto, la Corte Costituzionale, affermando che:

“…fondatamente la Corte di Cassazione rimettente ha ritenuto che la sentenza Scoppola non consenta all’Italia di limitarsi a sostituire la pena dell’ergastolo applicata in quel caso, ma la obblighi a porre riparo alla violazione riscontrata a livello normativo e a rimuoverne gli effetti nei confronti di tutti i condannati che si trovano nelle medesime condizioni di Scoppola 

E pertanto,…costituendo l’art. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, rispetto all’art. 117, primo commaCost., una norma interposta, la sua violazione, riscontrata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza della Grande Camera del 17 settembre 2009, Scoppola contro Italia, comporta l’illegittimità costituzionale della norma impugnata”.

Ebbene, in seguito alla declaratoria di illegittimità costituzionale di una norma che aveva di fatto ripristinato - con effetto retroattivo sui processi in corso - la pena dell'ergastolo nei confronti degli imputati che avevano già formulato richiesta di giudizio abbreviato, la Corte costituzionale sembrava aver aperto la strada alla modifica dei giudicati penali di condanna nei loro confronti mediante larideterminazione della pena in quella di trent'anni di reclusione.

Ed invero, nella prassi applicativa si è registrato in questi mesi un orientamento restrittivo da parte di Giudici dell’Esecuzione, che in diverse ipotesi hanno ritenuto di subordinare l’accoglimento delle richieste di rideterminazione della pena alla circostanza che il rito abbreviato fosse stato non solo richiesto ma anche ammessotra il 2 gennaio ed il 24 novembre 2000; nonché alla circostanza che il caso sottoposto all’esame risultasse identico a quello esaminato dalla CEDU nella nota sentenza Scoppola.

Non v’è chi non veda come, l’adesione a tali conclusioni, significherebbe rilegare il diritto alla conversione della pena a circostanze che prescindono totalmente dalla condotta dell’imputato, ovverosia al solo presupposto che la relativa richiesta diaccesso rito alternativo sia stata “ammessa” dal giudice della cognizione, e che il processo sia stato celebrato nelle forme del rito abbreviato. -Tale assuntolegittimerebbe un trattamento sanzionatorio completamente arbitrario: si giustificherebbe, così, che due soggetti, a parità di presupposti di legge, venganosottoposti a trattamento sanzionatorio differente a secondo che il giudice del merito abbia “scelto” se concedere o meno l’accesso rito abbreviato tempestivamente richiesto dall’imputato.

Orbene, al fine di chiarire l’effettiva portata della declaratoria di illegittimità dell’art. 7 D.L. 341 del 2000, è recentemente intervenuta la Suprema Corte a Sezioni Unite, con la sentenza n. 18821/2014 pronunciata lo scorso 7 maggio 2014, ove – con parziale richiamo a quanto già statuito con la nota sentenza Giammona – si legge…Con riferimento al principio nullum crimen, nulla poena sine lege e alle nozioni di pena e di prevedibilita' della legge penale, si afferma che l'articolo 7 CEDU non soltanto garantisce il principio di non retroattivita' delle leggi penali piu' severe, maimpone anche che, nel caso in cui la legge penale in vigore al momento della commissione del reato e quelle successive adottate prima della condanna definitiva siano differenti, il giudice deve applicare quella le cui disposizioni sono piu'favorevoli al reo, con l'effetto che, nell'ipotesi di successione di leggi penali nel tempo, costituisce violazione del principio di legalita' convenzionale l'applicazione della pena piu' sfavorevole al reo”.…“l'individuazione della pena sostitutiva da applicare, in sede di giudizio abbreviato, per i reati punibili in astratto con l'ergastolo, senza o con isolamento diurno, e' condizionata al verificarsi, per cosi' dire, di una fattispecie complessa, integrata dalla commissione di tale tipo di reati in una determinata epoca e dallarichiesta di accesso al rito speciale da parte dell'interessato, elementi questi che, in quanto inscindibilmente connessi tra loro, devono concorrere entrambi, perche' possa trovare applicazione, in caso di condanna, la comminatoria punitiva previstadalla legge in vigore al momento della richiesta.

E' tale richiesta, in definitiva, a cristallizzare, nell'ipotesi considerata, il piu'favorevole trattamento sanzionatorio vigente al momento di essa”.

Ed allora, con tale pronuncia le Sezioni Unite penali hanno espressamente riconosciuto come la “richiesta” di definizione del giudizio con rito abbreviato - formulata nel vigore della cosi' detta "legge intermedia", Legge n. 479 del 1999, articolo 30, comma 1, lettera b) - determini l’acquisizione nel patrimonio giuridico dell’interessato del diritto ad essere giudicato con tale rito (diritto che viene meno solo in caso di revoca da parte dell’interessato stesso), a nulla rilevando che la relativa richiesta non sia stata a suo tempo ammessa dal giudice del merito o che il giudizio non sia stato celebrato nelle forme del rito abbreviato.

 avv.anconalaura@gmail.com

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