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Confisca di prevenzione: le SS.UU.sui redditi da evasione fiscale ai fini dell'accertamento della sproporzione

 Con l'attesa sentenza le sezioni unite della corte dicassazione confermano l'orientamento prevalente secondo cui sono irrilevanti,ai fini del calcolo della sproporzione dei redditi rispetto al patrimonio inpossesso del proposto, i redditi sottratti al fisco. -  La confisca di prevenzione- originariamenteprevista dall'art. 2 ter dellalegge 31 maggio 1965, n. 575 e oggi disciplinata dagli artt. 16 e ss. deld.lgs. 6 settembre 2011, n. 159 (Codicedelle leggi antimafia e delle misure di prevenzione) - può esseredisposta dall'autorità giudiziaria sui beni di cui la persona nei cui confrontiè instaurato il procedimento di prevenzione «risulti essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasititolo in valore sproporzionato alproprio reddito, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività economica svolta, nonché dei beni che risultino essere fruttodi attività illecite o ne costituiscano il reimpiego» e di cui lostesso non possa giustificare la legittima provenienza.

La questione controversa sulla quale è statosollecitato l'intervento delle Sezioni Unite è se ai fini della confisca in questione, per individuare ilpresupposto della sproporzione tra i beni posseduti e il reddito dichiarato ole attività economiche svolte dal soggetto, titolare diretto o indiretto deibeni, debba tenersi conto o menoanche dei proventi dell'evasione fiscale (su tale problematica sivedano tutti i documenti correlati elencati nella colonna di destra di questapagina e, in particolare, i contributi di A.M. Maugeri, La confisca allargata: dalla lotta allamafia alla lotta all'evasione fiscale.

In riferimento allaquaestio juris sottoposta all’esame della Corte, in effetti, non sussiste  alcun contrasto giurisprudenziale. Come osservano le Sezioni Unite, laCorte di cassazione ha espresso una solidaunità di indirizzo, in senso decisamente negativo. Infatti, salvo in uncaso (Cass., Sez. VI, 24 ottobre 2012, n. 44512, Giacobbe, inMass. CED Cass.), che peròcostituisce un precedente isolato, la giurisprudenza di legittimità ha sempre negato che i proventidell'evasione fiscale potessero rilevare per giustificare la provenienzalegittima dei beni, pur senza approfondire se tali proventi si identificano conl'intero imponibile al lordo dell'imposta dovuta ovvero solo con l'importocorrispondente all'imposta evasa (cfr., tra le altre, Cass., Sez. IV, 5febbraio, 1990, n. 265, Montalto, in Mass. CED Cass.; Cass., Sez. V., 10 novembre 1993, n. 3561,Ciancimino, in Mass. CED Cass.;Cass., Sez. I, 15 gennaio 1996, n. 148, Anzelmo, in Mass. CED Cass.; Cass., Sez. VI, 23gennaio 1996, n. 258, Bonanno, in Mass.CED Cass.; Cass., Sez. II, 26 gennaio 1998, n. 705, Corsa, in Mass. CED Cass.; Cass., Sez. I, 2luglio 1998, n. 3964, Arcuri,  in Mass. CED Cass.; Cass., Sez. I, 20 novembre 1998, n. 5760,Iorio, in Mass. CED Cass.,Cass., Sez. VI, 22 marzo 1999, n. 950, Riela, in Mass. CED Cass.; Cass., Sez. VI, 27 maggio 2003, n. 36762, LoIacono, in Mass. CED Cass.;Cass., Sez. VI, 25 gennaio 2012, n. 6570, Brandi, in Mass. CED Cass.; Cass., Sez. II, 27marzo 2012, n. 27037, Bini, in Mass.CED Cass.; Cass., Sez. I, 17 maggio 2013, n. 39204, Ferrara, in Mass. CED Cass.).

Secondo questa giurisprudenza, i proventidell'evasione fiscale non possonoessere considerati proventi leciti perchè derivano pur sempre daun'attività costituente reato, e pertanto devono essere assoggettati allaconfisca di cui all'art. 2 ter dellalegge n. 575/1965 (oggi art. 16, d.lgs. n. 159/2011) che espressamente prevedela confisca anche «dei beni cherisultino frutto di attività illecite».

Il contrasto, invece,  si registra invecein relazione all'analoga questione sortaa margine della c.d. confiscaallargata di cui all'art. 12 sexies, d.l. 8 giugno 1992, n. 306, cioè la confisca che ilgiudice penale deve disporre in caso di condanna per alcuni reatiparticolarmente gravi elencati dallo stesso art. 12 sexies, e che ha come oggetto ildenaro, i beni o le altre utilità «dicui il condannato non può giustificare la provenienza e di cui, anche perinterposta persona fisica o giuridica, risulta essere titolare o avere ladisponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito, oalla propria attività economica».

Secondo un primo e più risalente orientamento giurisprudenziale, ripresoperò anche di recente da alcune sentenze della Corte di cassazione, l'imputatodestinatario della misura ablativa nonpotrebbe giustificare la legittima provenienza del bene allegando proventi di un'attività economicalecita ma non dichiarata al fisco, perchè si tratterebbe di proventicomunque illeciti (cfr., tra le altre, Cass., Sez. I, 10 giugno 1994, n. 2860,Moriggi, in Mass. CED Cass.;nonché, più di recente, Cass., Sez. II, 28 settembre 2011, n. 36913, Lopalco,inDeJure).

In base a un secondo e più recente orientamento, invece, al fine divalutare la legittima provenienza dei beni di cui il condannato risulta averela disponibilità in misura sproporzionata rispetto al proprio reddito,si dovrebbe tener conto di tutte le fontilecite di produzione del patrimonio, «sia che esse siano costituite dal reddito dichiarato ai finifiscali, sia cheprovengano dall'attività economica svolta, benché non evidenziate, in tutto oin parte, nella dichiarazione dei redditi» (così Cass., Sez. I, 5novembre 2013, n. 9678, Creati, in Mass.CED Cass.; conformi, tra le altre, Cass., Sez. VI, 15 dicembre 2011, n.21265, Bianco, in Mass. CED Cass.;Cass., Sez. VI, 28 novembre 2012, n. 49876, Scognamiglio, in Mass. CED Cass.; Cass., Sez. I, 22gennaio 2013, n. 6336, Mele, in Mass.CED Cass.).

Questa conclusione sarebbe imposta dalla ratio dell'istituto che mira acolpire i proventi di attività criminose e«non asanzionare la condotta di infedele dichiarazione dei redditi, che si colloca in un momento successivorispetto a quello della produzione del reddito, e per la quale soccorronospecifiche previsioni in materia tributaria»  

Ad avviso della Sezione che ha rimesso laquestione allo scrutinio delle Sezioni Unite (clicca qui per accedere all'ordinanza asuo tempo pubblicata sulla nostra Rivista),«ladiversità di orientamenti(contrastatoal suo interno l'uno, uniforme l'altro), ancorché relativo a confischedisciplinate da normative diverse (art. 12-sexies d.l. 306/1992, in funzione di sanzione accessoria, e art. 2.ter l. 575/1965, in funzione di misura diprevenzione), non sembra trovarelogica giustificazione», in quanto i testi normativi parrebbero del tuttosovrapponibili e «comune siappalesa, per entrambi gli istituti, laratiolegis, che è quella di contrastare soggetti socialmente pericolosi edediti al delitto colpendone i patrimoni».

Con la sentenza qui annotata, la Suprema Corteha confermatol'orientamentosino ad ora seguito della giurisprudenza di legittimità e ha affermato ilseguente principio di diritto: «ai fini della confisca di cui all'art. 2-ter dellalegge n. 575 del 1965 (attualmente articolo 24 d.lgs. 6 settembre 2011, n.159), per individuare il presupposto della sproporzione tra i beni posseduti ele attività economiche del soggetto, deve tenersi conto anche dei proventidell'evasione fiscale».

Secondo le Sezioni Unite, diversamente da quantosostenuto nell'ordinanza di rimessione, la confisca di prevenzione e laconfisca di cui all'art. 12 sexies,d.l. n. 306/1992, non sonoaccumunate dalla medesima ratio e i testi legislativi che rispettivamente disciplinano le duemisure non sono in realtàsovrapponibili.

Osserva, infatti, il collegio che la confiscaprevista dall'art. 12 sexies deld.l. n. 306/1992 è subordinata alla condanna per alcuni delitti, mentre la confisca diprevenzione è ancorata a un giudiziodi pericolosità che prescinde dall'accertamento in ordine allacommissione di reati.

In secondo luogo, «la confisca c.d. allargata è legata alla non giustificabilità dellaprovenienza delle utilità ed alla sproporzione rispetto ai redditi dichiarati oalla propria attività economica, quella di prevenzione aggiunge (profilo estraneo allaconfisca ex art. 12-sexies)in alternativa («ovveroquando») la riconducibilità deibeni, sulla base di sufficienti indizi, al frutto di attività illecite ed al reimpiego delle stesse ("beni[...] che siano il frutto di attività illecite e ne costituiscano ilreimpiego")».

La diversitàdei presupposti che giustificano l'applicazione della misura ela differente struttura normativagià esclude che possa porsi la prospettata unità di ratio legis». Ad avviso delle SezioniUnite, si tratterebbe «diprovvedimenti ablatori che agiscono in campi diversi e hanno diverse latitudini»:la confisca di cui all'art. 2 ter dellalegge n. 575/1965 (oggi art. 24 d.lgs. n. 59/2011) è una misura di prevenzione che mira a sottrarre alladisponibilità del preposto tutti i beni che siano frutto di attività illecite oche ne costituiscano il reimpiego, in questo modo impedendo che tali beni sianoutilizzati per realizzare ulteriori vantaggi (non necessariamente reati) e cheil funzionamento del sistema economico legale sia alterato da anomali accumulidi ricchezza; la confisca di cui all'art. 12 sexies del d.l.n. 306/1992 è una misura disicurezza atipica che, attraverso l'ablazione del patrimonio di cuila legge presume l'origine illecita in ragione della sproporzione tra il valoredei beni e i redditi dichiarati o l'attività economica svolta dal condannatoper alcuni delitti di particolare gravità, «mira principalmente ad impedire la commissione di nuovi reati».

La diversità distruttura e di ratio,secondo le Sezioni Unite, giustificai diversi orientamenti seguiti dalla giurisprudenza in punto dirilevanza dei proventi dell'evasione fiscale.

È coerente conla struttura normativa dell'art. 12 sexies,d.l. n. 306/1992, «che prevede che ilrequisito della sproporzione debba essere confrontato con il "redditodichiarato" o con la "propria attività economica"», chesi possa «tenerconto dei redditi, derivanti da attività lecita, sottratti al fisco (perché comunque rientranti nellapropria "attività economica") secondo i più recenti e prevalentiapprodi giurisprudenziali». Ed è ugualmente coerente con la struttura normativa dell'art. 2 ter, legge n. 575/1965 (oggi art. 24d.lgs. n. 159/2011), «che taleapprodo non possa essereapplicabile alla confisca di prevenzione per la quale rileva - edunque non è deducibile a discarico - anche il fatto che i beni siano "ilfrutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego"»perchè «sicuramente l'evasione fiscaleintegra ex se attività illecita (contra legem) anche qualora non integri reato».

Una volta affermata l'illiceità - e, dunque,l'inopponibilità - dei redditi derivanti da evasione fiscale, resta daprecisare se tali redditi si identifichino con l'intero reddito imponibile (al lordo dell'impostadovuta) ovvero solocon l'importo corrispondente all'impostaevasa.

Il quesito, però, resta insoluto perché leSezioni Unite ritengono che il caso di specie - in cui è pacifico chel'evasione fiscale è stata di dimensioni colossali ed è stata ripetuta neglianni - non consenta di effettuare una valutazione sulla quota confiscabile(valutazione che avrebbe senso solo ove si trattasse di un'evasione puntuale,circoscritta e unisussistente). Nel caso di evasione fiscale ripetuta nel tempo, si attua inevitabilmente unreimpiego delle utilità illecite nel circuito economico dell'evasore, conconseguente confusione di proventi leciti e illeciti. Conclude, allora, laCorte che «al di là dell'impossibilità praticadi accertare laconcreta distinzione in caso di lunghi periodi, è del tutto evidente, per leggeeconomica, che le attività lecite non sarebbero state le stesse (con queivolumi e con quei profitti) ove vi fosse stato l'impiego di capitali minori(solo quelli leciti): dunque l'inquinamento,per definizione e per legge logico-economica, non può non essereomnipervasivo e travolgente».

 

   
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