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Diritto Penale Europeo
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Custodia di sicurezza: Motivazione non sussumibile nei presupposti dell'art. 5 Cedu, violazione.

 Sussiste violazione dell’art 5 par. I Cedu, qualora le motivazioni poste a fondamento dell’applicazione della custodia di sicurezza non rientrino in nessuno dei presupposti di cui all’art. 5 par. I.

Fatto:

Il ricorrente, Sig. Haidn, di cittadinanza tedesca, è attualmente detenuto in un ospedale psichiatrico a Bayreuth.

Egli era stato condannato nel 1999 a tre anni e sei mesi di reclusione per abuso sessuale su minore.

Nell’Aprile 2002, il ricorrente aveva scontato la sua pena detentiva di tre anni e sei mesi, tuttavia la Corte Regionale di Bayreuth disponeva che il periodo di detenzione venisse prolungato, per scopi preventivi, a tempo indeterminato, ai sensi degli artt. 1 e 2 del Placement Act bavarese ( legge sui delinquenti pericolosi).

Il provvedimento veniva adottato a seguito di procedimento in camera di consiglio ed era avallato dagli esiti di due perizie psichiatriche, secondo le quali il ricorrente soffriva di un disturbo della personalità tale da renderlo una minaccia grave per la libertà di autodeterminazione sessuale degli altri individui, con un rischio concreto di recidiva. In particolare, veniva sottolineato il fatto che il ricorrente non avesse partecipato ad alcuna terapia per risolvere le sue problematiche.

Il Sig. Haidn proponeva, quindi, appello dinanzi alla Corte d’Appello di Bamberg, la quale rigettava il ricorso per manifesta infondatezza. Secondo la Corte d'Appello, infatti, il Placement Act bavarese era costituzionale, in quanto garantiva il giusto equilibrio tra l'interesse del ricorrente alla sua libertà personale e l'interesse pubblico alla sicurezza. Riteneva non vi fosse stata violazione del principio del legittimo affidamento (Vertrauensgrundsatz), in quanto il ricorrente era stato informato per iscritto da parte delle autorità carcerarie della necessità di sottoporsi a terapia. Né la legge violava il divieto di essere punito due volte per lo stesso reato, in quanto non erano i reati da lui commessi in passato, ma il rischio di recidiva in futuro, ad essere decisivo per il prolungamento della detenzione. Inoltre, il legislatore bavarese aveva il potere di emanare la legge in questione.

Il ricorrente sollevava, quindi, una questione di legittimità costituzionale dinanzi alla Corte Costituzionale Federale, sostenendo l’incostituzionalità del Placement Act bavarese, in quanto tale materia non era di competenza del legislatore bavarese.

Egli sosteneva inoltre che tali disposizioni violavano il divieto di “nulla poena sine lege”, nonché la sua dignità umana.

La Corte Costituzionale Federale accoglieva la questione di legittimità costituzionale, ritenendo che il legislatore bavarese non avesse il potere di emanare norme in materia di collocamento dei criminali in carcere, in quanto la medesima era già esaustivamente disciplinata dalla legge federale.   La Corte costituzionale federale dichiarava il Placement Act incompatibile con la Costituzione, disponendo però che fosse applicato durante il periodo di transizione fino al
30 settembre 2004.

Nel 2003, di conseguenza, il Tribunale regionale di Bayreuth sospendeva la detenzione in carcere del ricorrente, disponendo la sua collocazione nel reparto psichiatrico di una casa di riposo per anziani a Zell.

Nel marzo 2004 il Tribunale regionale di Bayreuth revocava l’ordine di sospensione della carcerazione, attese le ripetute molestie sessuali commesse su alcune donne anziane che vivevano nella casa di riposo.

Il Sig. Haidn veniva nuovamente condotto in prigione e poi internato in un ospedale psichiatrico, in quanto, con la sua condotta, aveva dimostrato di rappresentare ancora una minaccia grave per la libertà di autodeterminazione sessuale degli altri. 
Il ricorrente adiva la CEDU, invocando la violazione degli articoli 3 (proibizione della tortura) e 5 (diritto alla libertà e sicurezza).

 
Diritto:

Il ricorrente proponeva ricorso alla Corte EDU e, lamentando la violazione degli articoli 3, 5 della Convenzione, contestava la legittimità della sua detenzione per scopi preventivi, disposta dopo aver già scontato in via definitiva la pena inflittagli ai sensi del Placement Act, dichiarato incostituzionale.

I Giudici di Strasburgo hanno preliminarmente riassunto la legislazione interna disciplinante la carcerazione preventiva.

Fino al 2002 la misura personale della custodia di sicurezza è stata esclusivamente disciplinata dalla normativa federale, ai sensi degli artt. 66 e ss. del Codice penale tedesco. Essa si applica a rei capaci di intendere e di volere e si aggiunge alla pena da scontare al fine di tutelare esigenze di interesse pubblico, in presenza di determinati presupposti:essa deve essere inflitta quando il colpevole sia già stato almeno due volte condannato ad una pena detentiva non inferiore ad un anno; che abbia inoltre, a causa di tali condanne, effettivamente scontato almeno due anni di detenzione; ed infine sia stato nuovamente condannato ad almeno due anni di reclusione; il colpevole deve mostrare una tendenza a commettere atti criminosi rilevanti, che lo rendano pericoloso per la collettività. Tale disciplina è stata oggetto di riforma nel 1998 con l’entrata in vigore della legge sui reati sessuali, che ha abolito il limite temporale massimo di durata (dieci anni), ma non ne ha previsto l’applicazione retroattiva. I Parlamenti Regionali hanno, quindi, adottato proprie leggi interne che dispongono l’applicazione retroattiva della norma sulla custodia di sicurezza sine die .In questo contesto si inerisce il Placement Act bavarese.

L’introduzione di queste leggi ha posto problemi di legittimità costituzionale, risolte dalla Corte Costituzionale federale, che le ha ritenute incostituzionali, ma applicabili fino al 2004, anno in cui è entrata in vigore una legge di riforma, che ha introdotto l’art. 66 ter nel codice penale, che prevede l’abolizione del limite massimo di durata della custodia di sicurezza anche a coloro che hanno commesso il fatto prima dell’entrata in vigore della modifica.

 

Articolo 5 -diritto alla libertà e sicurezza

In merito alla pretesa violazione dell’art. 5 par. I, la Corte ribadisce che l'articolo de quo contiene un elenco tassativo di casi in cui la privazione della libertà è consentita, privazione che, pertanto, sarà illecita qualora non rientri in una di queste ipotesi.

La Corte è, quindi, chiamata a verificare se il ricorrente, nel caso di specie, sia stato privato della libertà, conformemente ad una delle eccezioni contenute nell'art. 5 par. 1. 
Per quanto concerne l’ipotesi di cui alla lett. a), la Corte ricorda che il termine "condanna", nel senso indicato dalla norma, indica un accertamento di colpevolezza e l'irrogazione di una sanzione o di altra misura restrittiva della libertà personale. Tali requisiti, continua la Corte, sono soddisfatti da una sentenza di condanna emessa dall’Autorità Giudiziaria, per contro, la decisione di un Giudice dell’esecuzione che prolunghi lo stato di detenzione del reo non rientra nell’ipotesi di "condanna" ai sensi dell'articolo 5, parg. 1, lett. a), in quanto non comporta un accertamento di colpevolezza. Pertanto, i Giudici di Strasburgo concludono affermando che la detenzione del Sig. Haidn non era giustificata ai sensi 
dell'articolo 5, parg. 1, lett. a), stante l’assenza di un nesso causale sufficiente tra la condanna del ricorrente e l’applicazione della custodia di sicurezza, ordinata a posteriori dal Tribunale di Bayreuth.
La Corte passa, quindi, ad esaminare se la carcerazione preventiva del ricorrente rientrasse nelle ipotesi di cui alle lett. c) ed e)dell’ art. 5, par. 1, che rispettivamente consentono la privazione della libertà quando si tratti di prevenire la commissione di un reato o l’interessato sia affetto da un disturbo mentale.

Sotto il primo profilo, la Corte rileva che l'inserimento del ricorrente in carcere a scopo preventivo per una durata illimitata è stato motivato dal giudice competente per l'esecuzione con riferimento al rischio che, se rilasciato, il medesimo potesse commettere ulteriori reati contro la libertà di
autodeterminazione sessuale dei cittadini.

Tuttavia, osserva la Corte, una interpretazione della lett. c) dell'articolo 5 par. 1 alla luce dell’art. 5 nel suo complesso, conferma che la detenzione del ricorrente per un periodo di tempo indeterminato per scopi preventivi non rientra nel sub paragrafo in esame. Infatti, precisano i Giudici di Strasburgo, una persona detenuta ai sensi di tale paragrafo avrebbe dovuto essere tradotta al più presto dinanzi ad un giudice per essere giudicata in un termine ragionevole.

Inoltre, i possibili ed ulteriori reati invocati dai giudici nazionali a giustificazione della misura adottata non erano sufficientemente concreti e specifici, in particolare, per quanto concerne il luogo e il tempo di commissione degli stessi e per quanto concerne le vittime (M c. Germania, par. 102).

Per quanto riguarda, infine, lo stato di incapacità di intendere e/o di volere del ricorrente, tale da giustificare la sua detenzione, la Corte non ritiene che questi soffra di un vero disturbo mentale. A conferma di ciò, sostiene che, se tale disturbo fosse stato accertato, il Sig. Haidn avrebbe dovuto scontare l’intera pena in un ospedale psichiatrico giudiziario e non in un carcere ordinario, considerando che l’ordinamento tedesco prevede una differenza tra la detenzione a scopi preventivi dei delinquenti pericolosi e la detenzione in ospedali psichiatrici di persone affette da disturbi mentali. Il sig. Haidn fino al Luglio 2004 è stato recluso in un carcere ordinario.

Pertanto, alla luce di tali considerazioni, la Corte conclude affermando che il protrarsi della privazione della libertà personale del ricorrente non è supportato da una causa giustificativa sufficiente sotto il profilo dell’art. 5, par. I.

 

Articolo 3- Divieto di trattamenti inumani

Circa la pretesa violazione del divieto dei trattamenti inumani e degradanti, la Corte ricorda che, secondo la sua giurisprudenza, per ricadere nelle previsioni dell’articolo 3 della Convenzione, un maltrattamento deve raggiungere un livello minimo di gravità. La valutazione di questo minimo è sostanzialmente relativa; essa dipende da tutte le circostanze del caso specifico, in particolare dalla durata del trattamento, dai suoi effetti fisici e mentali nonché, a volte, dal sesso, dall’età e dallo stato di salute della vittima. In quest’ottica, la Corte deve cercare di stabilire se la detenzione di una persona anziana per un tempo indeterminato costituisca una violazione dell’articolo 3.

I giudici di Strasburgo osservano che la legge, in caso di carcerazione preventiva, impone la revisione e l’eventuale sospensione del provvedimento ogni due anni. Nel caso di specie, il ricorrente è stato in effetti rilasciato, tuttavia, la decisione è stata revocata meno di tre mesi più tardi, poiché il ricorrente ha nuovamente commesso reati contro la libertà di autodeterminazione sessuale delle donne. Ciò dimostra che, nonostante la durata indeterminata del provvedimento di detenzione, il ricorrente ha avuto la possibilità di essere rilasciato.

Pertanto, la Corte conclude affermando che non sussiste violazione dell’art. 3, in quanto la durata della detenzione del ricorrente per scopi preventivi non ha raggiunto il livello minimo di gravità necessario per ricadere nelle previsioni dell’articolo 3 della Convenzione.

Equa soddisfazione:

Il ricorrente non ha presentato una domanda di equa soddisfazione entro il termine fissato per il deposito delle sue osservazioni sul merito (art. 60 par. 2 del Regolamento della Corte).

Informazioni aggiuntive

  • Tipo di decisione:Sentenza (Merito ed Equa Soddisfazione)
  • Emessa da:Camera
  • Stato convenuto:Germania
  • Numero ricorso:6587/04
  • Data:13.01.2011
  • Articoli:3 ; 5 ; 5-1 ; 5-1-a ; 5-1-c ; 5-1-e
  • Op. separate:No
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